In Giappone, in diverse stazioni ferroviarie e metropolitane, sono state installate luci LED blu sulle banchine, spesso vicino alle estremità dei marciapiedi, cioè nelle zone più isolate e meno presidiate. L’idea è che un’illuminazione più “fredda” renda l’ambiente percepito come più calmo e controllato e riduca l’impulsività nei momenti di crisi. È una misura che piace alle aziende di trasporto perché si installa in fretta e costa molto meno delle modifiche strutturali.

Il tema, però, non è una favola lineare del tipo metti la luce e risolvi. Lo studio che ha reso popolare la misura ha stimato, nel campione osservato, una riduzione intorno all’84% degli episodi nelle stazioni trattate. Il dato ha fatto il giro del mondo perché è enorme, ma già nel dibattito scientifico successivo è stato letto con cautela, sia per i limiti del perimetro analizzato, sia perché non è semplice dimostrare che il beneficio dipenda dal colore in sé e non da altri fattori, come maggiore illuminazione, cambiamenti operativi o differenze tra stazioni.
Le revisioni e le riletture successive parlano infatti di evidenza mista e di un effetto che, quando c’è, tende a essere più piccolo e legato a condizioni specifiche. Un punto ricorrente è l’aspetto pratico. Se l’impatto dipende dall’area realmente illuminata, allora conta soprattutto la notte e conta soprattutto dove la luce arriva davvero, non l’idea astratta del blu.
Per i sistemi ferroviari, la linea più solida resta un’altra e ha un nome tecnico chiaro. Restrizione dei mezzi, cioè impedire fisicamente l’accesso ai binari nei punti a rischio. Qui rientrano barriere, cancelli e soprattutto le porte di banchina, le platform screen doors, che separano passeggeri e binari e riducono drasticamente l’opportunità del gesto impulsivo. Gli studi su queste barriere mostrano risultati più consistenti rispetto agli interventi “ambientali” e per questo vengono considerate lo standard più affidabile quando l’obiettivo è ridurre gli episodi in modo strutturale.
Letta così, la luce blu non è la soluzione miracolosa, ma un tassello complementare. Può avere senso dove non si riesce a installare subito barriere fisiche, dove servono interventi rapidi su stazioni specifiche o dove si vuole rafforzare la percezione di presidio, insieme a formazione del personale, monitoraggio e percorsi di aiuto ben visibili in stazione. Il rischio è raccontarla come tecnologia “salvavita garantita”, perché la realtà è più stretta e dipendente dal contesto.

