Nel 2019, a Gangjin, nel sud della Corea del Sud, una scuola elementare si è ritrovata davanti a un bivio semplice e brutale. Senza nuovi bambini iscritti, la prima classe non si formava e l’istituto rischiava di sparire. In quel paese la soluzione è arrivata da chi, per generazione, avrebbe dovuto essere lontanissima da un’aula. Sette donne tra i 70 e gli 80 anni hanno chiesto di iscriversi come studentesse e hanno iniziato l’anno scolastico sedute ai banchi, con quaderni e zaini, in una classe composta soltanto da loro. Per molte era la prima volta a scuola. Da bambine non avevano potuto studiare o avevano interrotto presto, in anni in cui l’istruzione femminile nelle campagne veniva spesso sacrificata al lavoro e alla famiglia. L’immagine delle nonne in prima elementare è diventata il simbolo di un Paese che in certe zone non riesce più a riempire le classi e che, per tenere aperti i plessi, deve inventarsi nuovi modi di contare gli studenti.
Quella scena non è rimasta un episodio isolato. In altre aree rurali, già prima del 2019, alcune scuole avevano iniziato ad accogliere adulti e anziani come iscritti regolari per raggiungere i numeri minimi e mantenere attive le sezioni. È una risposta locale, spesso nata dal basso, che prova a salvare l’ultimo presidio di comunità rimasto in molti villaggi. Perché quando chiude una scuola, non si perde soltanto un edificio. Si perde un servizio, una ragione per cui una giovane famiglia potrebbe restare, un punto di aggregazione che tiene insieme generazioni diverse.
Negli ultimi anni, però, la Corea del Sud ha affiancato a queste soluzioni una strategia più ampia, quella che in coreano viene chiamata nongchon yuhak, lo studio in campagna. In pratica bambini che vivono in città frequentano per un periodo, spesso un semestre o un anno, una scuola rurale, talvolta insieme ai genitori, talvolta con formule di ospitalità organizzata. L’obiettivo è doppio. Da una parte si dà respiro a scuole con pochissimi iscritti. Dall’altra si offre alle famiglie un’alternativa alla vita urbana, con classi piccole, ritmi meno compressi, un ambiente più vicino alla natura. In alcune province, soprattutto nel sud, questo meccanismo è stato strutturato come programma stabile e viene usato apertamente come argine alle chiusure, perché porta iscritti reali dove non ce ne sono più.
Dentro lo stesso filone esiste una versione ancora più “di territorio”, chiamata sangol saengtae yuhak, che si può rendere come esperienza di studio ecologico in zone di montagna. Qui la scuola non è solo un’aula, ma diventa parte di un percorso educativo legato all’ambiente, con bambini che vivono per un periodo in comunità piccole e partecipano a un modello di apprendimento più integrato con il contesto naturale. Anche in questo caso il risultato concreto è che plessi destinati a spegnersi continuano ad avere classi, insegnanti e un calendario scolastico vero.
Messe insieme, queste soluzioni raccontano la stessa urgenza da angolazioni diverse. Quando i bambini diminuiscono, una scuola può provare a restare viva in due modi. Può allargare la definizione di studente e dare finalmente un banco a chi non lo ha mai avuto, come è successo con quelle nonne. Oppure può importare studenti da altrove, trasformando il villaggio in un luogo temporaneo di vita e studio.

