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Speciale 8 marzo: Cina Xia nu le eroine con la spada

Oggi, 8 marzo, si celebra la Giornata internazionale della donna e in Cina c’è un archetipo che torna puntuale ogni volta che si parla di autonomia femminile. Si chiama xia nu, letteralmente la cavallerizza, la knight errant in versione donna. Non è la guerriera “perfetta” da poster motivazionale, è una figura che nasce per muoversi fuori dallo spazio assegnato. Non aspetta l’investitura, si prende il diritto di agire. E lo fa con una morale personale che spesso entra in attrito con le regole del mondo.

La radice è la stessa del concetto di xia, il cavaliere errante, personaggi che la tradizione culturale cinese ha raccontato come individui pronti a intervenire quando la giustizia istituzionale non basta. La xia nu è la riscrittura più interessante di quel modello perché sposta la libertà d’azione su un corpo che, in molte epoche, la società avrebbe voluto fermo, domestico, controllabile. È qui che il personaggio smette di essere solo folklore e diventa un discorso culturale. La xia nu non “rompe le regole” per essere trasgressiva. Le ignora perché ha un obiettivo.

Le sue prime tracce forti arrivano dalla narrativa classica e in particolare dalle storie di epoca Tang, dove compaiono donne capaci di sottrarsi a famiglia e destino per inseguire giustizia, vendetta, o semplicemente indipendenza. Il caso più celebre è Nie Yinniang, la figura della spadaccina e assassina che attraversa secoli di riscritture e continua a funzionare perché è piena di contraddizioni. È invincibile, ma non sempre sceglie di colpire. È fredda, ma la sua freddezza non è mancanza di emozione, è controllo. È una donna che agisce in solitudine e il fatto stesso che esista, in quelle pagine, dice molto su cosa la letteratura era già capace di immaginare.

Quando il Novecento porta la modernità sullo schermo, la xia nu cambia supporto senza perdere funzione. Negli anni Venti e Trenta, mentre il cinema cinese sperimenta il passaggio tra muto e sonoro, si sviluppano filoni che iniziano a dare forma visiva alle eroine d’azione, in un’epoca in cui la figura femminile sullo schermo sta già vivendo una trasformazione più ampia, tra nuovi modelli urbani e nuovi desideri del pubblico. La spadaccina diventa cinema e smette di essere solo racconto da tramandare. Diventa un corpo che corre, combatte, decide.

Il salto di status arriva però con la stagione d’oro del wuxia cinematografico. Qui la xia nu non è più un dettaglio esotico, ma il centro della scena. Un titolo chiave è Da zui xia del 1966, che ha fissato un’idea di eroina moderna a colpi di coreografie e presenza scenica, e ha trasformato Zheng Peipei in un volto simbolo della cavallerizza sul grande schermo. Non era solo questione di “saper combattere”. Era questione di come stare in campo, come occupare lo spazio narrativo, come rendere credibile una donna che non fa da spalla emotiva a nessuno.

Poi c’è Xia nu di King Hu, spesso tradotto in inglese come A Touch of Zen. È uno di quei film che hanno spostato la percezione del wuxia fuori dall’Asia, anche per la sua ambizione estetica. In Cina viene ricordato anche per il passaggio a Cannes, dove il film viene indicato come un momento di svolta per il cinema cinese sulla scena internazionale.

Da lì, la xia nu continua a mutare perché cambia il modo in cui il pubblico vuole vedere il potere femminile. Negli anni Novanta, per esempio, la figura della guerriera diventa più ambigua e più iconica, con storie che mescolano amore, ossessione e trasformazione. Bai fa mo nu è uno dei titoli che fissano quella fase, anche per la forza delle sue interpretazioni e per l’impatto pop che ha avuto.

Nel 2000 arriva un altro passaggio chiave con Wo hu cang long, che porta il wuxia e le sue figure femminili al centro del discorso globale. Il film esce in Cina continentale nel luglio 2000 e mette insieme un cast che, di fatto, consegna al pubblico internazionale un’immagine precisa. La giovane ribelle, la donna guerriera adulta, la disciplina, la fuga. La xia nu qui non è una sola persona, è un ventaglio di scelte diverse sul cosa significhi libertà.

Guardata da vicino, la xia nu non è mai stata solo un modello di forza fisica. È un modo di raccontare l’autonomia. Non per forza in termini di emancipazione moderna, ma come tensione continua tra ciò che la società pretende e ciò che un individuo decide di essere. E forse è il motivo per cui questa figura regge così bene anche oggi, nell’epoca dei fandom, dei clip riciclati sui social, delle nuove piattaforme di streaming e delle riscritture infinite. La xia nu funziona perché non è un personaggio “giusto”. È un personaggio libero.

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