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Dopo 10 anni: come sono arrivata in Cina

Oggi mi prendo 10 minuti di tempo per tornare a scrivere finalmente in questo blog. Sono passati 9 anni da quando l’ho aperto, 9 anni pieni di follia, di lavoro, di viaggi, di divertimento, a spasso per l’Asia e per l’America. Sembra ieri che ero arrivata in Cina, o forse no, forse mi sembra passata un’eternità. Quando ho cominciato a scrivere ho pensato di parlarvi delle esperienze assurde che ho fatto con la cucina asiatica (ma non assurde come le immaginate voi, ovvero cibi strani, ma assurde per accoppiamenti improponibili, come il sandwich con il prosciutto e la panna montata o il dolce con il cocco e i fagioli) alla fine però ho pensato che volevo raccontarne un’altra di storia, parlo sempre di me in Cina, di me in Corea, di me in America, ma non parlo mai di come ci sono arrivata qui, di come ho mollato tutto e ho preso un aereo. Quindi oggi ho pensato di raccontarvelo. Tutta la verità, nient’altro che la verità.

Correva il mese di Giugno 2009, io stavo litigando selvaggiamente con me stessa per decidere che tesi di laurea fare. Ero iscritta a Scienze Politiche e, secondo chi mi stava accanto e i professori dell’università, il mio margine di scelta per l’argomento della tesi non era particolarmente vasto. Io sono sempre stata una ribelle. Sempre. Quindi la mia lotta interiore sulla scelta della tesi non era legata al “faccio quello che dicono loro o decido per conto mio” ma era sui due argomenti che sentivo, dentro di me, fossero quelli giusti. La tesi di laurea è “una dissertazione scritta con lo scopo di dimostrare la compiuta conoscenza di un argomento”. Io le materie di Scienze Politiche non le amavo, non volevo nemmeno andare a Scienze Politiche. Sarei voluta andare a Lettere o Lingue ma, per una volta, avevo deciso di prendere la strada che mi avevano suggerito di perseguire, così avevo scelto Scienze Politiche. Ma non potevo lasciare che anche la tesi di laurea non mi rappresentasse. E così mi sono dibattuta per mesi tra due argomenti.

Da un lato Betty la Cozza, che magari tanti non ricordano, ma fu un fenomeno mediatico a livello mondiale perchè fu il primo caso di “telenovela” che non solo si trasformò diventando un telefilm ma divenne proprio un brand il cui format fu venduto in tantissime nazioni del mondo (ci sono anche diversi testi al riguardo per esempio “TV’s Betty Goes Global: From Telenovela to International Brand”). Il format era semplice, divertente, di grande appeal per i giovani e i meno giovani. Betty la Cozza non venne semplicemente tradotto o sottotitolato in altre lingue, il format venne venduto e rifatto in altre 35 nazioni, tra cui la Cina. Cominciai a vedere tutte le versioni presenti nel mondo, inclusa 丑女无敌 (Chou Nu Wu Di).

Dall’altro Harry Potter. Il mio grande amore, il mio essere 16enne, il mio perdermi dentro centinaia di pagine in un mondo incantato che solo la Rowling ha potuto creare. Il mio avere 20 anni e ricevere finalmente la richiesta dal giornale di scrivere di Harry Potter e io butto giù il primo articolo di una serie, da fan, più che da giornalista. Il mio andare la notte prima dell’uscita del libro alla Mondadori. Davanti alla vetrina del negozio di libri chiuso, osservando avidamente i commessi aprire le scatole e prendere in mano l’ultimo capolavoro della Rowling, mentre io quasi riempivo di lacrime il vetro. Il mio tornare a casa con il libro incartato saltellando come una ragazzina con mio padre che mi guardava sospirando e scuotendo la testa. Harry Potter, il libro per cui mio padre è stato preso in giro per anni all’interno della redazione perchè in un articolo avevo scritto “…ma mio papà è un babbano, non può capire”…

Alla fine ho scelto Harry Potter

ma è Betty la Cozza che, in realtà mi ha cambiato la vita. Si, perchè come vi dicevo prima, mentre cercavo di scegliere il tema per la mia tesi, ho cominciato a vedere tutte le versioni di Yo Soy Betty la Fea. Quando ho scelto Harry Potter come argomento di tesi, quindi, non mi sono fermata, ho continuato a vedere le versioni di Betty che erano per me ancora sconosciute. E ad inizio Marzo del 2010, qualche giorno prima della mia laurea, mi sono imbattuta in 丑女无敌. Non sapevo una parola di cinese, il telefilm non era sottotitolato (se non in mandarino), ma l’ho visto lo stesso. La storia era uguale, quindi era facile comprendere le dinamiche ma, soprattutto, i protagonisti erano bellissimi.

L’abbigliamento così diverso, il modo buffo di comportarsi, le case e gli uffici bellissimi e super moderni e poi lui 刘晓虎 (Lu Xiao Hu). All’epoca aveva 33 anni ed era bellissimo. Elegante, con uno sguardo accattivante ed un viso da bambino (quelli che in Cina oggi chiamano 小鲜肉 ovvero “piccola carne fresca”). Io dovevo andare in Cina.

Ho aspettato che mio padre rientrasse a casa e sono andata dai miei genitori in cucina. Li ho guardati e con aria decisa ho solo detto “sapete che vi dico? Io me ne vado in Cina per un paio di mesi”. I miei hanno annuito e mi hanno chiesto quando avevo intenzione di partire. “Appena mi laureo” (ovvero 3-4 giorni dopo). Il 15 marzo, due giorni dopo la laurea ero a Pechino. Non sapevo dire nemmeno “Ciao”, le strade puzzavano di aglio e io non conoscevo nessuno. Non ho mai incontrato Lu Xiao Hu, non l’ho mai nemmeno più nominato dopo essere salita in aereo in realtà. Non credo per altro di avere più visto alcun telefilm o film con questo attore. Non ricordo nemmeno che faccia abbia.

Ho pianto per tre mesi a Pechino, ogni sera, con mia mamma, come una disperata. Ero andata a lavorare per un giornale economico, e io detesto scrivere di economia, avevo 10 chili in più di ora e quindi non ero nemmeno adatta a questo Paese in cui essere magri è un must. Ho pianto per tre mesi e poi da alcuni giornali italiani mi è arrivata la richiesta di andare all’Expo di Shanghai per intervistare l’allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ma anche Claudio Baglioni, che avrebbe tenuto un concerto, e altri grossi esponenti italiani che oggi, a 10 anni di distanza, non ricordo.

Non ricordo tante cose dei miei tre mesi a Pechino, forse perchè ho la tendenza a mettere nel dimenticatoio tutto ciò che mi fa stare male, ma ho un immagine nitida del mio arrivo a Shanghai. Ricordo di avere preso un taxi fuori dall’aeroporto di Pudong e, arrivata a Puxi, di essere scesa e avere respirato. A pieni polmoni. Come se l’elefante che avevo avuto sullo stomaco per tre mesi se ne fosse andato.

Ho guardato la città e mi sono innamorata, perdutamente. Dovevo stare in Cina qualche mese e tornare a casa. Questo è successo 10 anni fa.

Mi scuso per le foto sgranate, ma all’epoca i telefonini non erano decisamente quelli di oggi!

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