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Non tutti gli eroi hanno un mantello, a volte hanno una scavatrice

Si chiama He Ruixiang, ha 37 anni, viene da Yinchuan nel Ningxia e da giugno 2024 gira la Cina a bordo di una scavatrice. Non per un cantiere, ma per fermarsi dove serve. Buche, tratti dissestati, pietre cadute in carreggiata, fango dopo i temporali, auto finite in un fosso. Quando trova un punto critico si ferma, scende e lavora. Poi riparte.

Il viaggio è cominciato il 4 giugno 2024. Da allora ha attraversato Ningxia, Gansu e Xinjiang, ha raggiunto l’altopiano e ha percorso lunghi tratti tra Tibet e Sichuan, passando anche sulle strade statali 318 e 317, strade che in certi periodi mettono insieme paesaggi spettacolari e problemi molto concreti di sicurezza e manutenzione. In sei mesi ha superato i 10.000 chilometri, con racconti che in seguito estendono il conteggio oltre i 20.000 a seconda della fase del viaggio considerata.

La parte più citata è quella dei numeri. Nel bilancio che circola nei servizi cinesi, He avrebbe riempito 6.679 buche lungo il tragitto, oltre a interventi quotidiani di sgombero e assistenza su strada. Nei video e nelle ricostruzioni giornalistiche compaiono scene ripetute. Massi rimossi dopo una frana, fango spinto via dal bordo della strada, un’auto tirata fuori da un fosso, un camion ribaltato recuperato, sacchi e carbone raccolti a mano insieme agli altri per aiutare un camionista rimasto senza carico.

Nel 2025 il suo nome è riemerso anche in un episodio di soccorso in Guizhou, quando una frana ha reso necessario liberare rapidamente un tratto di strada. In quel caso un account della polizia locale ha lasciato un ringraziamento pubblico sotto i contenuti dell’intervento, definendolo una presenza di supporto mobile durante le operazioni.

Lungo la strada, il viaggio ha creato una seconda storia parallela, quella delle persone che lo fermano. In Xinjiang, per esempio, un reportage locale racconta che viene invitato a mangiare da chi lo incrocia, che qualcuno lo “intercetta” per lasciargli cibo e acqua, che famiglie e allevatori lo ospitano per una notte o lo ringraziano dopo un aiuto pratico, dalla pulizia di una sorgente al recupero di un mezzo bloccato.

Sull’altopiano tibetano, in più racconti torna anche il dettaglio degli hadag, le sciarpe cerimoniali offerte come ringraziamento, insieme a piccoli lavori fatti per i villaggi senza chiedere soldi, come sistemazioni di drenaggi e riparazioni minori attorno alle case.

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