Lee Myung sun aveva 27 anni quando si è chiuso nella sua stanza. Passava le giornate davanti alle candidature, senza riuscire a premere invio. Diceva a se stesso che a quell’età un part-time lo avrebbe fatto sembrare patetico. Prima, però, la sua vita era andata in tutt’altra direzione. Aveva iniziato in una delle cucine più dure di Seoul, un buffet d’hotel tra i più affollati della città, con turni che superavano le 80 ore a settimana e sveglie prima dell’alba. Poi un infortunio al polso destro durante un periodo di formazione in Australia, un’operazione, una riabilitazione che non riportava più indietro la mano di prima. Da lì, tre anni di ritiro, tentativi di tornare al lavoro e nuove uscite di scena, ogni volta più rapide.
A riportarlo fuori, racconta, è stato anche un nome che gli ha tolto la pressione prima ancora di varcare una porta. Not Scary Company. Un’organizzazione che chiama le persone con esperienza di isolamento “masters of isolation”, trasformando quello che di solito viene trattato come stigma in un requisito utile per aiutare altri.
In Corea del Sud il fenomeno è tutt’altro che marginale. Le stime citate parlano di circa 537.000 giovani in condizione di ritiro a livello nazionale nel 2024, definiti come persone rimaste prevalentemente a casa per almeno sei mesi. Gli esperti ritengono che il numero reale possa essere più alto.
Il fondatore di Not Scary Company, Yoo Seung Gyu, ha 33 anni e dice di aver passato metà dei suoi vent’anni in isolamento. Racconta che l’idea di creare l’organizzazione è maturata dopo l’uscita dalla Corea di una nonprofit giapponese che sosteneva giovani in ritiro, e che la sua realtà oggi funziona come impresa sociale nonprofit, finanziata tramite programmi di supporto pubblici e privati e una fellowship di innovazione sociale sostenuta da Kakao.
Il loro progetto più riconoscibile è una casa condivisa, Not Scary House, ottenuta ristrutturando due abitazioni e pensata per ospitare da sette a dieci persone per volta. La riabilitazione, qui, non parte dal curriculum ma da una routine essenziale. Sveglia, lavarsi, vestirsi, una riunione del mattino per parlare di come ci si sente. Il pranzo si prepara insieme. Lavanderia, pulizie e spesa vengono divise. A questo si aggiungono training per recuperare abilità sociali e workshop regolari in cui i partecipanti condividono esperienze e traumi.
Il lavoro arriva dopo, ed è una scelta strutturale. Yoo dice che molte persone in ritiro provano a “risolversi” costruendo un curriculum e cercando subito un impiego, ma spesso l’effetto è l’opposto. Si torna nel mondo troppo in fretta, si lascia il lavoro in poco tempo e la ricaduta diventa più lunga e più profonda. Nel pezzo viene citata una stima di recidiva media al 45,6 per cento tra chi ha vissuto periodi di isolamento.
Per questo Not Scary Company chiede un impegno lungo. I candidati devono accettare di vivere nella casa condivisa per almeno un anno. Yoo sostiene che stare lontano dalla famiglia e costruire relazioni quotidiane con persone nuove sia una parte fondamentale del percorso, e che l’organizzazione continui a tenere aperta la casa anche quando diventa un peso economico. Dopo l’uscita, spiega, molti ex residenti scelgono di vivere ancora per un periodo in piccoli gruppi da due o tre, prima di passare all’indipendenza completa. Il tasso di ricaduta tra chi ha concluso il programma viene indicato sotto il 10 per cento.
Nel team lavorano anche persone che hanno attraversato lo stesso passaggio. Shin Hyun jae, 30 anni, racconta che condividere uno spazio rende difficile nascondersi e che proprio lì arriva un punto che cambia la prospettiva, quando ti accorgi che gli altri non ti odiano per le parti più imbarazzanti.
Accanto alla casa, l’organizzazione porta avanti anche un programma annuale avviato nel 2022, “Masters of Isolation”, per formare giovani con esperienza di ritiro come peer supporter per altre persone in isolamento e per le famiglie. E quando si parla di lavoro, il ragionamento torna sempre sul tipo di contesto in cui si viene inseriti. Dopo anni chiusi in casa, la resistenza fisica e mentale spesso è ridotta e un ambiente competitivo standard può diventare un detonatore.

