Mentre in molti Paesi la Giornata internazionale della donna si riempie di messaggi celebrativi, in Corea del Sud il 2026 si racconta con un’altra parola chiave, fermarsi. Oggi, 8 marzo, la rete che ha costruito la “women’s strike” invita a sospendere non solo il lavoro retribuito, ma anche quello che non finisce in busta paga e che pure tiene insieme la quotidianità, cura, assistenza familiare, gestione domestica, carico emotivo.
L’iniziativa è stata costruita da un comitato organizzatore formato da 22 realtà tra associazioni femministe, sindacati e gruppi per i diritti, con l’obiettivo dichiarato di rendere visibile l’invisibile. Il messaggio è che uno stop di ventiquattr’ore può far pesare, per sottrazione, tutto ciò che normalmente non viene conteggiato. La partecipazione, dicono gli organizzatori, non è limitata a chi può scendere in piazza. A chi non riesce a raggiungere la manifestazione viene suggerito di usare ferie, permessi, uscire prima dal lavoro o “fermarsi” in altri modi durante la giornata.
Il punto di ritrovo indicato è l’area di Seoul Station, con un corteo nel centro cittadino. Sul palco deve arrivare anche la piattaforma politica dello sciopero, sette richieste che ruotano intorno a discriminazione sul lavoro, tutele per chi svolge lavoro di cura e domestico, protezioni per persone con disabilità e lavoratrici e lavoratori migranti, e una legge antidiscriminazione più ampia.
A rendere lo sciopero più di un gesto simbolico, secondo il comitato, sono numeri che continuano a fotografare disuguaglianze strutturali. Nel 2024 il divario retributivo di genere stimato resta tra i più alti nell’area OCSE, con una forbice intorno al 29 per cento, mentre il lavoro a bassa paga pesa sulle donne in modo nettamente superiore rispetto agli uomini.
Accanto al tema economico, la mobilitazione intreccia anche il capitolo sicurezza. Nelle statistiche ufficiali raccolte nella più recente pubblicazione governativa sulla violenza, i casi di stalking registrati risultano in crescita, con 13.533 denunce nel 2024 e un aumento del 12,3 per cento rispetto all’anno precedente.
Lo sciopero dell’8 marzo in versione coreana si inserisce in una genealogia precisa, quella delle giornate in cui le donne scelgono di fermare lavoro e cura per mostrare quanto valgano. Il precedente più citato resta l’Islanda del 24 ottobre 1975, quando la sospensione collettiva rese evidente, per un giorno, cosa succede quando ciò che di solito viene dato per scontato smette di funzionare. In Corea del Sud l’idea ha iniziato a prendere forma negli ultimi anni e nel 2026 prova a trasformarsi in un appuntamento di massa, con un obiettivo semplice e radicale insieme. Se la società si regge anche su lavoro non visto, allora per farlo notare bisogna, almeno una volta, toglierlo di mezzo.

