La paralisi del traffico marittimo nello Stretto di Hormuz ha spinto diversi governi asiatici ad attivare piani d’emergenza per ridurre i consumi interni di carburante e contenere l’impatto su trasporti, prezzi e servizi essenziali.
In Corea del Sud, che importa circa il 70% del greggio attraverso lo Stretto, l’esecutivo ha lanciato una campagna nazionale di risparmio energetico con indicazioni operative rivolte a cittadini e pubbliche amministrazioni, tra cui riduzione dell’uso dell’auto e misure per tagliare i consumi negli edifici.
In Giappone, fortemente dipendente dalle forniture del Medio Oriente, la pressione si è tradotta nell’uso coordinato delle riserve strategiche: è parte del maxi rilascio concordato tra Paesi membri dell’Agenzia internazionale dell’energia, che prevede 400 milioni di barili complessivi immessi sul mercato.
Nel Sud Est asiatico, la Thailandia ha imposto un pacchetto di misure di contenimento per la pubblica amministrazione: lavoro da remoto per la maggior parte dei dipendenti statali, limitazione dell’uso degli ascensori con invito a usare le scale, riduzione dei viaggi e regole più rigide su aria condizionata e consumi negli uffici.
Nelle Filippine la risposta è passata anche dall’organizzazione del lavoro: il governo ha accorciato la settimana lavorativa in alcune strutture pubbliche per ridurre consumi legati a spostamenti e operatività degli uffici, insieme ad altre misure di gestione dell’emergenza carburante.
Parallelamente, alcuni governi stanno intervenendo sul lato prezzi e finanza pubblica. L’Indonesia ha confermato l’uso del bilancio statale per assorbire parte dell’aumento dei costi energetici, con un pacchetto di sussidi già stanziato per il 2026 pari a circa 381 trilioni di rupie, circa 22,5 miliardi di dollari.

